Conferenza a Roma
Tutti i documentiMESSAGGIO A CENTO ANNI DA QUEL 1926
Trascriviamo di seguito il messaggio della Conferenza Episcopale Messicana in occasione del centenario che commemoriamo quest’anno. Il documento originale può essere consultato sul suo sito ufficiale.
Le traduzioni in inglese e in italiano sono nostre e non hanno carattere ufficiale.
IL CONFLITTO RELIGIOSO IN MESSICO
TACQUERO LE CAMPANE DELLE CHIESE, PARLÒ IL LORO SANGUE
Memoria dei nostri martiri, libertà religiosa e costruzione della pace
«Circondati da un così gran numero di testimoni [...] tenendo fisso lo sguardo su Gesù» (Eb 12,1-2); «voi vi siete accostati [...] a Gesù, mediatore della nuova alleanza, e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,22.24); «per fede, Abele parla ancora dopo la morte» (Eb 11,4).
Al Popolo di Dio pellegrino in Messico, ai nostri fratelli delle altre confessioni e religioni, alle autorità della nostra Patria e a tutte le persone di buona volontà
I. Una data che non possiamo lasciar passare sotto silenzio
1. Il 31 luglio 1926 entrò in vigore la legge regolamentare in materia di culto — conosciuta come «Legge Calles» — che penalizzava la vita ordinaria della Chiesa e sottoponeva il ministero dei sacerdoti al controllo dello Stato. Alcuni giorni prima, il 25 luglio, i vescovi del Messico avevano pubblicato una lettera pastorale collettiva con la quale, dinanzi all’impossibilità di esercitare liberamente il ministero, si sospendeva il culto pubblico in tutte le chiese del Paese a partire da quella data. All’alba del 1º agosto 1926 il Messico si svegliò senza Messe pubbliche: le chiese rimasero aperte e silenziose, custodite dagli stessi fedeli. Si apriva così uno dei capitoli più dolorosi della nostra storia, che si trasformò in una lotta armata dal 1926 al 1929, fino agli «arreglos» del giugno 1929, e in una seconda fase di ostilità che si protrasse fino alla fine degli anni Trenta.
2. Cento anni dopo, noi vescovi del Messico desideriamo rivolgerci a voi. Non per riaprire le ferite, ma per guarirle; non per giudicare i morti, ma per servire i vivi. Abbiamo scelto di inaugurare un tempo di memoria grata e di discernimento ecclesiale che ci accompagnerà nei prossimi anni, fino al Giubileo Guadalupano del 2031 e al Giubileo della Redenzione del 2033. Lo facciamo convinti che un popolo che non ricorda resta alla mercé di coloro che scrivono la storia al suo posto, e che la memoria cristiana non è nostalgia del passato: è forza per il presente.
3. Ricordiamo inoltre che appena sette mesi prima, l’11 dicembre 1925, papa Pio XI aveva istituito la festa di Cristo Re con l’enciclica Quas primas. Quell’insegnamento sulla regalità di Cristo — che non si impone con le armi, ma regna dalla croce — divenne in Messico un grido popolare che nessun esercito riuscì a spegnere: «Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!». Cento anni dopo, quel grido continua a essere un programma: riconoscere che nessun potere umano è assoluto, perché soltanto Dio è Signore della coscienza e della Storia.
II. Ciò che commemoriamo e ciò che non commemoriamo
4. Vogliamo dirlo con assoluta chiarezza, affinché nessuno si inganni né strumentalizzi la nostra parola. Non commemoriamo una guerra né celebriamo una vittoria; non esaltiamo le armi né idealizziamo la violenza, da qualunque parte essa sia venuta. Non invochiamo la rivincita, non alimentiamo il risentimento e non poniamo questa memoria al servizio di alcun progetto politico o partitico. Né riduciamo quegli anni a una disputa di sacrestia: fu un dramma nazionale che attraversò famiglie, paesi, scuole e intere campagne, nelle quali il governo federale attaccò i propri cittadini.
5. Commemoriamo, invece, tre cose. Primo, la fedeltà di un popolo credente che, in mezzo alla paura, continuò a pregare nelle case, a battezzare di nascosto i propri figli, a proteggere i propri sacerdoti e mantenne viva la fede quando non vi erano chiese aperte: la fede delle nostre nonne è il primo patrimonio di questa memoria. Secondo, la testimonianza dei martiri, che non uccisero per Cristo, ma morirono per Lui perdonando i loro carnefici. E terzo, la lezione appresa a un prezzo altissimo: che la libertà religiosa non è un privilegio del clero, ma un diritto di ogni persona umana, e che la sua negazione finisce sempre per costare sangue.
6. Un memoriale cristiano non ripete il passato: lo purifica e lo consegna risanato alle nuove generazioni. Il magistero recente ci chiede di favorire «processi di guarigione della memoria collettiva» come parte della giustizia che ripara i legami spezzati (cfr. Leone XIV, Magnifica humanitas, 79). A questo ci impegniamo: a una memoria che non giustifichi l’ingiustizia, ma che neppure si alimenti di odio.
III. La ferita fratricida: «Dov’è tuo fratello?»
7. La prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato originale non riguarda Dio, ma il fratello: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9). E la risposta di Caino — «Sono forse io il custode di mio fratello?» — è la formula esatta di ogni violenza. Ciò che accadde in Messico un secolo fa presenta questo volto tragico: non fu una nazione invasa da stranieri, ma un popolo che si divise contro se stesso. Da una parte delle trincee e dall’altra dei battaglioni vi erano figli della stessa terra, battezzati nelle stesse parrocchie, eredi della stessa cultura, con la stessa Madre sul petto, la Vergine di Guadalupe. Fratelli che uccisero fratelli. Questa è la definizione più esatta di una tragedia.
8. Come pastori, non possiamo fare memoria di questi eventi dalla comodità della nostra presunta innocenza. Con umiltà riconosciamo che in quegli anni, accanto all’eroismo, vi furono anche, tra alcuni cattolici, durezza di cuore, calcoli politici, parole che accesero gli animi e decisioni prese senza quella lucidità che oggi chiediamo agli altri; e che la Chiesa stessa, in alcuni momenti della storia, non ha sempre saputo servire la verità con i mezzi miti del Vangelo (cfr. san Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, 35). Chiedere perdono per ciò che è nostro non indebolisce la denuncia di ciò che è altrui: la rende più credibile.
9. E per questo lo diciamo con fermezza profetica: la persecuzione contro la Chiesa fu reale. Vi furono chiese chiuse e profanate, sacerdoti fucilati senza processo, religiose espulse, laici impiccati ai pali lungo le strade, migliaia di persone uccise, deportazioni, delazioni e bambini trasformati in vittime. Dare un nome a queste ingiustizie non significa offendere nessuno: significa adempiere il dovere della verità, senza la quale non vi è riconciliazione possibile, ma soltanto silenzio imposto. Il sangue del fratello grida a Dio dalla terra (cfr. Gen 4,10); ma il sangue di Cristo — e con esso quello dei suoi martiri — è «molto più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,24): non chiede vendetta, è un’offerta perché vi sia vita. Tacquero allora le campane delle chiese; parlò il loro sangue, e la sua voce è giunta fino a noi.
IV. I martiri: testimoni che edificano il Regno e la nazione
10. «Martire» significa, semplicemente, «testimone». Prima di designare colui che muore, la parola indica colui che ha visto e non può tacere. Il primo a meritare questo nome è Cristo, «il testimone fedele» (Ap 1,5), che davanti a Pilato dichiara di essere nato e venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità» (Gv 18,37). Ogni battezzato riceve questa vocazione nel giorno del proprio battesimo: «sarete miei testimoni fino ai confini della terra» (At 1,8). Esiste un martirio quotidiano — l’onestà che non cede alla tentazione, il perdono che si rinnova davanti all’offesa, la fedeltà senza applausi — che prepara e rende possibile il martirio definitivo.
11. Il martirio non è una sconfitta: è una Pasqua. Benedetto XVI ha insegnato che il martire è la persona più libera che esista, perché nessuno può strappargli ciò che egli ha già donato per amore (cfr. Udienza generale, 11 agosto 2010). Per questo l’Apocalisse non descrive i martiri come sconfitti dal male, ma come vincitori: «Essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza» (Ap 12,11). Chi dona la vita non perde: semina. Non c’è «amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
12. Il Messico possiede un proprio martirologio riconosciuto dalla Chiesa: i venticinque martiri canonizzati da san Giovanni Paolo II il 21 maggio 2000, guidati da san Cristóbal Magallanes; i tredici beatificati a Guadalajara il 20 novembre 2005, tra i quali il beato Anacleto González Flores — avvocato, catechista, padre di famiglia e apostolo della resistenza pacifica, dichiarato da questa Conferenza patrono dei laici messicani —; san José Sánchez del Río, canonizzato il 16 ottobre 2016; il beato Miguel Agustín Pro, S.J., fucilato il 23 novembre 1927 con le braccia aperte a forma di croce; san Luis Batis Sáinz e i laici di Chalchihuites, che vollero morire insieme, il sacerdote offrendosi al posto del padre di famiglia e il padre di famiglia rifiutandosi di abbandonare il proprio sacerdote. Accanto a loro, l’immensa moltitudine di coloro che nessuno iscrisse in alcun elenco e i cui nomi soltanto Dio conosce.
13. Essi hanno costruito la nazione. Non con le armi, ma con ciò che sostiene interiormente un popolo: la convinzione che esistono verità per le quali vale la pena vivere e morire, la certezza che il potere ha dei limiti e la libertà di una coscienza che non si vende. E soprattutto hanno costruito il Regno di Dio, che non è un territorio conquistato, ma la vita in Cristo che si fa storia in mezzo a noi. La memoria dei martiri non appartiene a un gruppo né a una regione: è patrimonio spirituale di tutti i messicani.
V. La libertà religiosa: un diritto umano fondamentale, ancora incompiuto
14. Il Concilio Vaticano II ha insegnato che la libertà religiosa si fonda sulla dignità stessa della persona: nessuno deve essere costretto ad agire contro la propria coscienza, né impedito di cercare e professare la verità, sia in pubblico sia in privato, nel rispetto dell’ordine sociale (cfr. Dignitatis humanae, 2). Papa Leone XIV ha riaffermato che questo diritto deve essere garantito dall’ordinamento giuridico e che continua a essere un criterio decisivo per costruire società pluralistiche e pacifiche (cfr. Magnifica humanitas, 34). Non chiediamo un privilegio per i cattolici: difendiamo un diritto di tutti — dei credenti di qualsiasi confessione e anche di coloro che non credono — riconosciuto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella nostra Costituzione.
15. Riconosciamo con gratitudine e senso storico i passi compiuti dal nostro Paese: le riforme costituzionali del gennaio 1992, la Legge sulle Associazioni Religiose e il Culto Pubblico del luglio dello stesso anno, il ristabilimento delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede e la riforma dell’articolo 24 della Costituzione nel 2013. Il Messico si è lasciato alle spalle la fase dello scontro e della simulazione. Ringraziamo quanti, nel governo e nella società civile, hanno reso possibile un clima di rispetto e collaborazione per il bene comune, contribuendo a forgiare uno Stato messicano caratterizzato da una maggiore libertà.
16. E tuttavia diciamo, con serenità e senza spirito di offesa, che la libertà religiosa in Messico non è ancora piena. Persistono restrizioni che non corrispondono a una democrazia matura: limiti all’esercizio ordinario del culto al di fuori delle chiese, l’impossibilità per le associazioni religiose di accedere a concessioni radiofoniche e televisive, restrizioni alla libertà dei genitori di scegliere l’educazione religiosa dei propri figli di fronte all’imposizione di modelli educativi privi di consenso, e un atteggiamento della classe politica che non ha ancora assimilato la nuova cultura costituzionale della libertà religiosa, permanendo in un clima di diffidenza e impedendo ai credenti di difendere e vivere nello spazio pubblico le proprie convinzioni. Ancora più grave è quando lo Stato permette alla criminalità organizzata di trasformarsi in un governo parallelo che controlla territori nei quali vengono annullati tutti i diritti umani: sequestra, estorce, uccide, deforma la coscienza dei giovani. Questo clima di violenza generalizzata colpisce l’intera società e impedisce anche ad alcune comunità di vivere liberamente la propria fede. Il sangue dei sacerdoti assassinati nell’esercizio del loro ministero — tra loro i nostri fratelli gesuiti di Cerocahui, padre Marcelo Pérez a San Cristóbal de las Casas e altri ancora — ci dice che l’elenco dei testimoni non si è chiuso nel 1929.
17. Esiste inoltre un nuovo rischio: che i diritti vengano proclamati in modo puramente formale mentre avanzano, dissimulate, altre violazioni della dignità umana (cfr. Magnifica humanitas, 56). Oggi la coscienza può essere sottoposta a coercizione senza chiudere una sola chiesa: mediante la manipolazione dell’informazione, la riduzione della persona a un profilo di consumo, la cattura dell’attenzione attraverso algoritmi che polarizzano e le nuove schiavitù dell’era digitale. Custodire oggi la libertà religiosa significa anche custodire il diritto di ogni persona a cercare Dio senza essere ridotta a un dato.
VI. Il valore della persona: la chiave che illumina tutto
18. Al fondo di tutto ciò che diciamo vi è una sola convinzione: la grandezza della persona umana. San Giovanni Paolo II inaugurò il suo magistero ricordando che la persona è «la prima e fondamentale via della Chiesa» e che soltanto nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’essere umano (cfr. Redemptor hominis, 14). Quasi cinquant’anni dopo, papa Leone XIV riprende questa eredità nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, e ci ricorda che la dignità non si guadagna né si dimostra: è un dono che precede e supera la persona, e che nessuna esclusione, nessun fallimento e nessun potere possono sopprimere (cfr. Magnifica humanitas, 50-53; Dignitas infinita, 1).
19. Questa è la ragione profonda per cui il martirio ci sta a cuore. Il martire è l’affermazione più radicale del valore della persona: preferisce perdere la vita piuttosto che perdere il proprio volto e la propria coscienza. Ed è anche la ragione per cui rifiutiamo ogni violenza, quella di ieri e quella di oggi: perché chi uccide un fratello non distrugge soltanto un corpo, distrugge un’immagine di Dio. Denunciamo pertanto l’ideologia, tanto attuale, che misura il valore della persona in base alla sua utilità, efficienza o rendimento e che trasforma i poveri, i malati, i migranti, gli anziani e i non nati in materiale di scarto.
VII. Unità della nazione e costruzione della pace: da Babele a Neemia
20. Papa Leone XIV ha posto davanti agli occhi della Chiesa due immagini bibliche per discernere il nostro tempo: la torre di Babele, opera dell’orgoglio umano che esclude Dio e termina nella dispersione; e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme con Neemia, che prima di agire invoca Dio e poi convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto delle mura, affinché la città rinasca attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo (cfr. Magnifica humanitas, 7-10). In quella ricostruzione, i legami sociali vengono edificati prima delle pietre.
21. Il Messico ha oggi bisogno della via di Neemia. La nostra Patria vive fratturata dalla violenza, dalla scomparsa di persone, dall’impunità, dalla disuguaglianza che umilia e da una polarizzazione provocata da strategie politiche che alimentano la divisione tra i messicani e hanno trasformato l’avversario in un nemico. Cento anni dopo, la lezione del conflitto religioso è esattamente questa: quando l’altro cessa di essere fratello, l’intero Paese perde. L’unità della nazione non si decreta né si impone: si tesse riconoscendo che condividiamo una stessa identità, una fede, un cuore e una cultura comune, e che nessuno è di troppo.
22. Costruire la pace non significa tacere i conflitti, ma trasformarli. «Effetto della giustizia sarà la pace» (Is 32,17), e «beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Per questo riaffermiamo il nostro impegno nel Dialogo Nazionale per la Pace, nelle camminate e nelle giornate diocesane di preghiera per la pace, nell’accompagnamento delle vittime — il cui sguardo deve orientare ogni politica pubblica — e in una cultura dell’incontro che disarmi anzitutto le parole. Chiediamo ai legislatori e alle autorità leggi e pratiche che garantiscano pienamente la libertà religiosa; e chiediamo ai cattolici di non reclamare per sé ciò che non sono disposti a difendere per gli altri.
VIII. Un tempo di grazia che è già cominciato
23. Vogliamo dirvi qualcosa che ci riempie di speranza: questa commemorazione non viene organizzata da una scrivania. Sta già accadendo, e sta accadendo nelle mani del popolo. Sono i laici — famiglie, giovani, insegnanti, professionisti, catechisti, uomini e donne delle nostre parrocchie — che stanno prendendo nelle proprie mani questa memoria, proprio come cento anni fa presero nelle proprie mani la fede quando tacquero le campane delle chiese. E così deve essere: la maggior parte dei nostri martiri erano laici.
24. In tutto il Paese, in questi anni, le nostre comunità vivranno giornate di preghiera per la pace del Messico e per la libertà delle coscienze; camminate e pellegrinaggi per la pace, nei quali camminare insieme è già un modo di riconciliarsi; celebrazioni e pellegrinaggi al Santuario dei Martiri, al Cerro del Cubilete e in tanti luoghi che custodiscono la memoria del dono di sé; e quelle espressioni di cultura e devozione popolare — canti, opere teatrali, film, pale d’altare, feste patronali — che tra noi non sono mai state un semplice ornamento, ma il modo concreto in cui la fede si fa popolo e il popolo diventa uno.
25. Le nostre università, i seminari e gli istituti offriranno corsi di approfondimento, congressi e simposi nei quali questa storia venga studiata con rigore documentale e senza apologetica, perché la verità non ha bisogno di essere abbellita per essere luminosa. Si stanno inoltre preparando edizioni commemorative che mettano a disposizione di tutti i documenti, le testimonianze e i volti di quegli anni. Ed è già in corso, attraverso le nostre reti sociali e piattaforme digitali, la pubblicazione della serie di catechesi «Testimoni del Regno»: abbiamo voluto che la memoria dei nostri martiri giungesse proprio là dove oggi si disputa il cuore dei nostri giovani.
26. Dietro tutto questo vi è un desiderio che vogliamo rendere esplicito, perché costituisce l’impegno che noi vescovi del Messico abbiamo assunto per questi anni. Desideriamo che questo tempo ci trovi come una Chiesa che ascolta prima di parlare e cammina unita, senza che nessuno sia di troppo né resti escluso; una Chiesa che risvegli in ogni battezzato, e in modo particolarissimo nei laici, la consapevolezza che la propria fede si vive nella famiglia, nel lavoro e nella vita pubblica; una Chiesa capace di leggere con lucidità evangelica questo cambiamento d’epoca, nel quale le minacce alla coscienza non arrivano più con i soldati, ma attraverso gli schermi; e una Chiesa che ponga tutte le proprie forze nella giustizia, nella riconciliazione e nella pace. Non vi proponiamo un’agenda di attività: vi proponiamo un tempo di grazia.
IX. Una memoria che cammina verso il Tepeyac
27. I nostri martiri non gridarono soltanto il nome di Cristo Re: gridarono anche quello di Santa Maria di Guadalupe. Per questo questa memoria non cammina da sola. Cammina all’interno del grande itinerario spirituale che la Chiesa in Messico ha aperto verso il V Centenario dell’evento guadalupano: la Novena Intercontinentale Guadalupana, inaugurata da papa Francesco il 12 dicembre 2022 nella Basilica di San Pietro e affidata dalla nostra Assemblea Plenaria alla Presidenza di questa Conferenza, in collegamento con l’Arcidiocesi Primaziale del Messico. Nove anni di preparazione, uno dopo l’altro, per arrivare al 2031 non soltanto con celebrazioni esteriori, ma soprattutto convertiti nel cuore.
28. E vogliamo sottolineare qualcosa che ci appare una grazia e non una coincidenza: il centenario del conflitto religioso viene vissuto all’interno della Novena Guadalupana. Ciò significa che la memoria dei nostri martiri non è una questione domestica né una nostalgia messicana: è un dono che offriamo alle Chiese sorelle dell’America, delle Filippine e della Spagna che camminano con noi verso il Tepeyac. Proprio lungo questo cammino è nata la serie «Testimoni del Regno». Invitiamo pertanto le diocesi, le parrocchie, la vita consacrata e le società di vita apostolica, le università, i movimenti e le famiglie del Messico a vivere questa commemorazione all’interno della Novena, e le Chiese sorelle del continente ad accogliere i nostri martiri come propri: in essi si vede ciò che la Vergine di Guadalupe fa con un popolo quando quel popolo la lascia agire.
X. Sotto lo sguardo di Santa Maria di Guadalupe
29. Il fatto che i nostri martiri proclamassero a una sola voce «Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!» non fu una coincidenza devozionale: è la chiave della nostra identità. La Madre che sul Tepeyac si chinò verso il più piccolo e gli disse «Non sono forse qui io, che sono tua Madre?» è la stessa che canta il Magnificat, nel quale Dio rovescia i potenti e innalza gli umili (cfr. Lc 1,46-55). Quel canto — il canto della speranza — è quello che vogliamo intonare aprendo questa memoria, imparando a guardare la storia con gli occhi dei piccoli.
30. Che questo tempo ci trovi riconciliati: capaci di dire la verità senza odio, di perdonare senza dimenticare e di costruire insieme una nazione nella quale nessuna coscienza sia sottoposta a coercizione e nessuna vita sia considerata scartabile. Che il sangue dei nostri martiri, unito a quello di Cristo, continui a parlare più eloquentemente di quello di Abele — di vita, di libertà e di pace.
31. A tutti i messicani, a coloro che hanno adottato questa terra e a quanti la attraversano, diciamo con cuore di pastori: non abbiate paura della verità di questa storia. Là, in mezzo a tanta oscurità, vi furono uomini e donne come noi che non si lasciarono rubare la speranza. Siamo loro eredi, più per la fede che per il sangue. Che la loro memoria ci renda migliori. Che Cristo Re regni nei nostri cuori e che Santa Maria di Guadalupe, Madre del vero Dio per il quale si vive, ricopra con il suo manto la nostra Patria.
Città del Messico, 31 luglio 2026,
nel centesimo anniversario della sospensione del culto pubblico in Messico.
+ Ramón Castro Castro
Vescovo di Cuernavaca
Presidente
+ Héctor M. Pérez Villarreal
Vescovo Ausiliare di Città del Messico
Segretario Generale