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Anacleto González Flores e il recupero di un'ecologia formativa cattolica

Mauricio Román Rojas

Dedicato al Dott. José Mauro González-Luna Mendoza, amico e grande esperto della vita del Beato Anacleto.

Introduzione

La vita del beato Anacleto González Flores, patrono dei laici del Messico e fonte d’ispirazione per molti altri, solleva una domanda che va ben oltre il movimento cristero: come può la Chiesa formare laici cattolici capaci di vivere seriamente la vita cristiana, assumere responsabilità apostoliche e rimanere fedeli quando le istituzioni che li hanno inizialmente formati si indeboliscono o scompaiono?

Il mondo cattolico nel quale Anacleto si formò offre un esempio importante. Dopo aver studiato in seminario, si trasferì a Guadalajara, dove la sua formazione cattolica non provenne da ambiti isolati. Nella Guadalajara dei primi decenni del Novecento, la vita parrocchiale, le associazioni mariane, la spiritualità gesuita e francescana, la formazione intellettuale, la devozione eucaristica, le amicizie cattoliche e l’azione sociale organizzata esistevano all’interno di un ambiente urbano relativamente compatto. Erano realtà distinte, ma appartenevano allo stesso mondo cattolico e potevano rafforzarsi reciprocamente nella loro opera formativa.

Questo ambiente suggerisce tre condizioni per una seria ecologia della formazione cattolica: integralità, prossimità e coerenza. La formazione deve abbracciare tutta la persona; i suoi diversi elementi devono essere sufficientemente vicini da diventare parte della vita ordinaria; e le istituzioni e comunità coinvolte devono condividere una visione sufficientemente comune della vita cristiana da rafforzarsi, anziché contraddirsi, reciprocamente.

La vita di Anacleto rivela inoltre un paradosso particolarmente importante oggi. La Chiesa di un tempo disponeva di molti più sacerdoti e poteva apparire più clericale; eppure proprio questa abbondanza di clero permetteva ai sacerdoti di dedicare molto tempo alla formazione personale dei laici, i quali potevano in seguito agire senza una costante supervisione clericale. Una Chiesa con meno sacerdoti può produrre il risultato opposto, perché il sacerdote rimasto diventa così indispensabile alla vita sacramentale da avere meno tempo per formare i laici e può trasformarsi nel collo di bottiglia attraverso il quale deve passare quasi ogni seria iniziativa cattolica.

La Guadalajara di Anacleto offre così un modello: una rete di parrocchie, associazioni, scuole, tradizioni spirituali, gruppi di studio, sacerdoti e laici che, svolgendo funzioni diverse, contribuivano a una formazione integrale, condividevano una visione cattolica coerente e si trovavano in una sufficiente prossimità fisica da costituire parte della stessa vita quotidiana.

La Guadalajara di Anacleto

Anacleto visse all’interno di un mondo cattolico relativamente compatto. San José de Gracia offriva molto più di un luogo per la Messa. La Congregazione Mariana legata alla chiesa apparteneva a una tradizione di disciplinata formazione laicale, mentre l’Adorazione Notturna aggiungeva un’altra forma di formazione attraverso prolungate veglie eucaristiche. L’Adorazione Notturna formava al sacrificio non soltanto attraverso la mente, ma anche attraverso il corpo, poiché i suoi membri rinunciavano al sonno e alla comodità per trascorrere la notte, a turni, davanti al Santissimo Sacramento.

A poca distanza si trovava anche l’Instituto San José, diretto dai gesuiti e uno dei centri di formazione intellettuale e spirituale della gioventù cattolica di Guadalajara. Tra i suoi studenti vi fu Efraín González Luna, che arrivò a Guadalajara ancora bambino, quando suo padre, il Lic. Mauro H. González Álvarez, vi si trasferì con la moglie, Rosario Luna Michel, e i loro figli nel 1911. Il rapporto della famiglia con Anacleto ebbe anche una dimensione personale: secondo la testimonianza dei loro discendenti, Anacleto lavorò come praticante nello studio legale di Mauro H. González. Anni dopo, Anacleto invitò Efraín a entrare nel Círculo León XIII e a partecipare alla fondazione dell’ACJM a Guadalajara nel 1916. Il caso di Efraín mostra così come la formazione ricevuta in un’istituzione gesuita potesse successivamente proseguire attraverso reti personali di studio e di azione cattolica guidate da laici.

La presenza gesuita offriva inoltre ritiri, direzione spirituale, educazione e formazione intellettuale. L’importanza di avere molti sacerdoti nelle vicinanze non consisteva semplicemente nella possibilità di celebrare più Messe. Una comunità di sacerdoti, intellettuali ed educatori poteva dedicare tempo alla formazione di persone che avrebbero poi assunto responsabilità proprie.

Questo mondo formativo si estendeva anche attraverso la parola stampata. Pubblicazioni cattoliche come El Mensajero del Corazón de Jesús, organo dell’Apostolato della Preghiera, diffondevano la spiritualità del Sacro Cuore e permettevano alla formazione religiosa di estendersi oltre le chiese, le scuole e le associazioni. L’ecologia cattolica non era costituita soltanto da edifici e istituzioni, ma anche da libri, riviste, letture e dalle conversazioni che circolavano fra di essi.

L’appartenenza di Anacleto al Terz’Ordine Francescano aggiunge un’ulteriore dimensione a questo quadro. La sua formazione non fu limitata a una sola tradizione religiosa. Influssi gesuiti e ignaziani, disciplina mariana, spiritualità francescana, devozione eucaristica, formazione intellettuale e azione cattolica organizzata potevano convergere nella stessa persona.

Questo è importante perché permette di precisare il significato della coerenza. Coerenza non significa uniformità. Un’ecologia della formazione cattolica non deve imporre un’unica spiritualità né esigere che tutte le istituzioni svolgano la stessa funzione. Al contrario, la sua ricchezza può provenire proprio dalla presenza di tradizioni distinte che si accostano alla vita cristiana da prospettive diverse, condividendo tuttavia una comprensione fondamentale della fede, della grazia, della conversione, della vita sacramentale, della responsabilità morale e della santità.

Istituzioni e tradizioni spirituali diverse potevano quindi svolgere funzioni diverse senza che una sola organizzazione tentasse di fare tutto. La Congregazione Mariana coltivava un carattere cristiano disciplinato; l’Instituto San José e la presenza gesuita offrivano formazione ignaziana, intellettuale e dottrinale, formando inoltre giovani che avrebbero poi alimentato associazioni come l’ACJM; il Terz’Ordine Francescano inseriva Anacleto in un’altra tradizione della spiritualità cristiana; l’Adorazione Notturna coltivava il sacrificio eucaristico; l’ACJM sviluppava lo studio, la leadership e la responsabilità apostolica; e infine l’Unión Popular organizzava l’azione sociale cattolica su scala molto più ampia in risposta alla pressione dello Stato.

Dall’esempio di Anacleto emerge quindi un principio importante: un’ecologia di formazione integrale, continua e personale non richiede una sola organizzazione che faccia tutto, né la coerenza richiede un’unica spiritualità.

Il paradosso dell’abbondanza sacerdotale

Questo antico ambiente cattolico rende anche più complessa la nostra comprensione del clericalismo. Una Chiesa con molti sacerdoti può apparire più clericale, ma la loro abbondanza permette di dedicare più tempo alla formazione di laici capaci di pregare, pensare, organizzare, evangelizzare e assumere responsabilità proprie. Il sacerdote rimane sacramentalmente indispensabile, ma diventa meno necessario per ciò che compete propriamente ai laici. La scarsità sacerdotale può produrre l’effetto contrario: concentrando il sacerdote sui sacramenti, sull’amministrazione e sulle emergenze, riduce il tempo disponibile per la formazione personale dei laici. Paradossalmente, una Chiesa con meno sacerdoti può finire per dipendere maggiormente da loro.

Il Messico rivoluzionario e la prova della formazione

Lo Stato rivoluzionario messicano comprese che un’elevata densità sacerdotale, che univa clero locale e straniero dotato di vigore evangelizzatore, costituiva una fonte di forza cattolica. La Costituzione del 1917 permetteva ai governi statali di limitare il numero dei ministri di culto, mentre le politiche rivoluzionarie espulsero anche membri del clero, interruppero l’attività delle scuole cattoliche, confiscarono proprietà ecclesiastiche e limitarono le istituzioni cattoliche. Lo scopo era ridurre il potere sociale e istituzionale della Chiesa, ma una conseguenza importante fu la distruzione delle reti attraverso le quali sacerdoti e istituzioni religiose formavano i laici.

Chiudere una scuola gesuita significava molto più che chiudere delle aule. Significava interrompere rapporti fra sacerdoti, insegnanti, studenti, confessori, partecipanti ai ritiri, famiglie e associazioni. Il caso dell’Instituto San José lo mostra concretamente: giovani come Efraín González Luna vi avevano ricevuto parte della propria formazione prima di inserirsi successivamente nelle reti di studio e di azione cattolica. Distruggere un’istituzione educativa poteva chiudere un edificio, ma non necessariamente cancellare la formazione che aveva già cominciato a mettere radici nei suoi studenti.

La riduzione del numero dei sacerdoti costringeva inoltre quelli rimasti a concentrarsi sempre più sul ministero sacramentale essenziale.

Anacleto appartenne a una generazione di transizione perché ricevette una formazione significativa da questo antico mondo cattolico prima che gran parte delle sue infrastrutture venisse smantellata. Questo aiuta a comprendere ciò che avvenne in seguito. Mentre l’ambiente istituzionale si restringeva, la sua attività personale aumentava. Insegnò, scrisse, tenne conferenze, organizzò, formò cattolici più giovani, partecipò all’ACJM, sviluppò il giornalismo cattolico e infine divenne una figura centrale dell’Unión Popular.

Sacerdoti e istituzioni avevano contribuito a formare laici capaci di agire quando quegli stessi sacerdoti e quelle stesse istituzioni non potevano più farlo con la medesima libertà.

Questa può essere la prova più importante di qualsiasi sistema formativo. Una scuola cattolica ha successo quando il suo diplomato continua a pensare da cattolico dopo la chiusura della scuola. La direzione spirituale ha successo quando la persona sviluppa prudenza invece di diventare incapace di prendere decisioni senza il proprio direttore. Un’associazione ha successo quando i suoi membri continuano a vivere ciò che hanno imparato anche quando nessuno li sorveglia. La formazione sacerdotale dei laici ha successo quando questi possono fare tutto ciò che è proprio della loro vocazione senza richiedere una costante direzione sacerdotale.

Integralità, prossimità e coerenza

L’esperienza della Guadalajara di Anacleto indica dunque tre condizioni per un serio ambiente locale di formazione cattolica continua.

La prima è l’integralità. La formazione cattolica deve abbracciare molteplici dimensioni della persona: vita sacramentale, preghiera, formazione intellettuale e ascetica, amicizia, direzione spirituale, carità, lavoro, vita familiare e apostolato. La formazione diventa fragile quando si pretende che una sola dimensione sostenga l’intero peso.

La seconda è la prossimità. Queste realtà devono essere fisicamente abbastanza vicine da diventare abitudini e relazioni, invece di programmi occasionali che richiedono continui spostamenti e pianificazione. Un ritiro una volta all’anno, una conferenza dall’altra parte della città o un’attività apostolica mensile possono essere preziosi, ma da soli non creano una vita comune.

La terza è la coerenza. Le persone e le istituzioni coinvolte devono condividere una comprensione sufficientemente comune della vita cattolica affinché una forma di formazione rafforzi, anziché indebolire, le altre.

L’appartenenza francescana di Anacleto rende particolarmente chiaro quest’ultimo punto. La coerenza non deve essere confusa con l’uniformità. Le tradizioni ignaziana, francescana, mariana, eucaristica, intellettuale e apostolica potevano coesistere proprio perché le loro differenze si sviluppavano all’interno di un’unità cattolica più profonda. La questione non era che tutti praticassero la stessa spiritualità, ma che le diverse spiritualità indicassero una comprensione sufficientemente comune della conversione e della santità cristiane.

Senza integralità, la formazione diventa ristretta. Senza prossimità, si frammenta. Senza coerenza, si contraddice.

La sfida attuale non consiste quindi nel ricostruire letteralmente tutte le istituzioni esistenti nella Guadalajara di Anacleto. Le istituzioni storiche sorgono in circostanze particolari e alcune scompaiono quando tali circostanze cambiano. Il compito più importante consiste nell’identificare le funzioni formative che esse svolgevano e domandarsi come tali funzioni possano tornare a rafforzarsi reciprocamente.

Il quartiere cattolico

Se queste tre condizioni — integralità, prossimità e coerenza — resero possibile una formazione così densa nella Guadalajara di Anacleto, la domanda contemporanea non è come riprodurre letteralmente quel mondo, ma come recuperare un ambiente nel quale diverse realtà cattoliche possano tornare a rafforzarsi reciprocamente nella vita ordinaria.

Arricchire il quartiere: l’Eucaristia e Maria

Un altro aspetto dell’ambiente cattolico di Anacleto merita attenzione. La sua ricchezza non dipendeva da un’enorme molteplicità di movimenti. Esistevano istituzioni diverse, ma gran parte della vita cattolica si articolava attorno a due centri semplici: l’Eucaristia e Maria.

L’immagine richiama il celebre sogno delle Due Colonne di Don Bosco, nel quale la Chiesa trova sicurezza tra l’Eucaristia e la Santissima Vergine. Offre anche un’immagine utile per comprendere la Guadalajara di Anacleto. Le diverse istituzioni non avevano bisogno di trasformarsi in identità concorrenti perché rimanevano ancorate a realtà più fondamentali di qualsiasi organizzazione particolare.

San José de Gracia lo illustra particolarmente bene. La Congregazione Mariana offriva una disciplinata formazione mariana, mentre l’Adorazione Notturna formava i cattolici attraverso la preghiera e il sacrificio eucaristici. Non erano identità cattoliche concorrenti, ma espressioni complementari della stessa vita cattolica. L’appartenenza di Anacleto al Terz’Ordine Francescano rafforza il punto: tradizioni spirituali particolari potevano arricchire la persona senza sostituire il più profondo centro eucaristico e mariano.

Ciò suggerisce un’importante distinzione tra ricchezza spirituale e moltiplicazione organizzativa. L’integralità non richiede un movimento distinto per ogni dimensione della vita cristiana. Un’eccessiva moltiplicazione può invece frammentare la formazione, trasformando la vita cattolica in un calendario di programmi specializzati.

È possibile un’ecologia più semplice e, nello stesso tempo, più densa. L’Adorazione Notturna conferisce al pilastro eucaristico una forma comunitaria particolarmente esigente. I suoi membri vegliano insieme, rinunciano al sonno e alla comodità e si assumono la responsabilità dei propri turni davanti al Santissimo Sacramento. L’Eucaristia diventa così non soltanto oggetto di devozione privata, ma un centro attorno al quale una comunità apprende fedeltà, sacrificio e fraternità.

Il pilastro mariano offre il movimento complementare verso l’esterno. Storicamente, le Congregazioni Mariane univano la devozione alla Madonna a una disciplinata formazione cristiana. Oggi la Legione di Maria può recuperare una parte importante di questa funzione attraverso la preghiera comune, il lavoro apostolico disciplinato e il contatto personale.

La complementarità è notevole: l’Eucaristia raccoglie; Maria invia. L’Adorazione Notturna attira i cattolici verso il centro sacramentale e insegna loro a rimanervi nel sacrificio; l’apostolato mariano li invia verso le case, le strade, le persone sole, i poveri e coloro che si sono allontanati dalla Chiesa.

Questo non elimina la formazione intellettuale, i ritiri, la direzione spirituale, la carità o i doni particolari delle tradizioni francescana, ignaziana, domenicana e di altre tradizioni. Offre loro un centro. Le Due Colonne di Don Bosco suggeriscono quindi un principio più ampio: una comunità cattolica non ha bisogno di una moltiplicazione interminabile di strutture quando la sua vita comune è sufficientemente radicata nell’Eucaristia e in Maria.

Conclusione

Ed è proprio qui che Anacleto offre la prova definitiva dell’argomento. L’ambiente cattolico che lo aveva formato non sopravvisse intatto. I gesuiti furono espulsi nel 1914 — per tornare anni dopo, ma senza lo stesso vigore —, le scuole furono interrotte, i sacerdoti furono sottoposti a restrizioni, le organizzazioni cattoliche furono attaccate e infine persino la normale vita sacramentale divenne difficile.

Se quell’ambiente avesse prodotto soltanto dipendenza, la sua distruzione avrebbe dovuto produrre paralisi. Anacleto divenne invece sempre più attivo perché la formazione esterna si era trasformata in convinzione interiore.

La sfida contemporanea non consiste quindi principalmente nel riprodurre le organizzazioni della Guadalajara dei primi decenni del Novecento. Consiste nel recuperare il rapporto tra le realtà che formarono cattolici come Anacleto: vita sacramentale, formazione sacerdotale, disciplina mariana, spiritualità ignaziana e francescana, preghiera eucaristica, serietà intellettuale, amicizia cattolica, opere di carità e apostolato organizzato. Per quanto possibile, queste realtà dovrebbero anche essere fisicamente abbastanza vicine da diventare una vita comune.

L’antica ecologia cattolica non può essere semplicemente ricostruita. Né dovrebbe esserlo. Le sue diverse istituzioni appartenevano a circostanze storiche proprie. Ciò che può essere recuperato è il principio più profondo che permetteva loro di operare insieme: istituzioni e tradizioni spirituali distinte, che svolgevano funzioni diverse all’interno di un mondo cattolico coerente.

Il principio rimane dunque chiaro:

L’integralità senza prossimità produce soltanto programmi. La prossimità senza coerenza produce soltanto istituzioni vicine. L’integralità, la prossimità e la coerenza insieme possono produrre una formazione integrale e continua e una cultura cattolica di quartiere.

Ma neppure questa cultura costituisce il fine ultimo, perché le culture possono indebolirsi e le istituzioni possono scomparire. Il fine ultimo è la persona formata abbastanza profondamente da rimanere fedele quando quei sostegni esterni le vengono sottratti, così da poter dire, nella prova definitiva, con Anacleto: «Io muoio, ma Dio non muore! Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe!»

Mauricio Román Rojas

Mauricio Román Rojas

Ricercatore indipendente e promotore del Congresso

Ricercatore indipendente

Ricercatore indipendente nell’ambito del personalismo cristiano, con particolare interesse per il pensiero di Dietrich von Hildebrand, la filosofia dei valori e la formazione spirituale dei laici. Ha presentato contributi accademici presso la Pontificia Università della Santa Croce e l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, a Roma. È promotore del Congresso “Ricordando i Cristeros: Verità, Empatia e Riconciliazione Cento Anni Dopo” e collabora con la Cattedra Anacleto González Flores allo sviluppo di iniziative accademiche e culturali in occasione del centenario della Cristiada. Divide il suo tempo tra Portland e San Francisco.