Testimoni della Fede: Martirio, Memoria e Cinema
Tutti i documentiDariusz Karłowicz, L’arciparadosso della morte. Il martirio come categoria filosofica
Il libro sarà di interesse per filosofi, teologi e storici, nonché per tutti coloro che si interessano alla storia del pensiero e al rapporto tra filosofia e teologia.
Nella collana Studi europei di teologia, filosofia e storia delle religioni è stato pubblicato il libro di Dariusz Karłowicz, L’arciparadosso della morte. Il martirio come categoria filosofica. Nell’Introduzione, l’autore scrive che, a partire dal II secolo, i cristiani che hanno dato la vita per Cristo vengono chiamati «testimoni» (martys). Tuttavia, secondo Karłowicz, questa categoria teologica della «testimonianza» possiede presupposti filosofici, pur non potendo essere ridotta alla tradizione delle categorie filosofiche (p. 13). Lo scopo del libro è affrontare il tema del martirio nell’ambito delle categorie classiche della filosofia antica, mentre le categorie psicologiche e sociologiche più diffuse, come ad esempio il «suicidio altruistico» di Émile Durkheim, vengono deliberatamente lasciate al di fuori dell’indagine.
La prima parte del libro si intitola «La filosofia detronizzata» (pp. 17–83). Essa è dedicata all’esame dell’atteggiamento dei cristiani nei confronti della filosofia e alla definizione della filosofia da parte dei cristiani. Secondo l’autore, la prima espressione dell’atteggiamento cristiano verso la filosofia e la cultura pagana fu il discorso dell’apostolo Paolo all’Areopago di Atene (At 17). Analizzando questo discorso, l’autore giunge alla conclusione che, per l’apostolo Paolo, la filosofia non conduce a Dio, ma soltanto avvicina a Lui; soltanto il cristianesimo è il tesoro della verità, mentre la filosofia deve essere completata dall’insegnamento cristiano, poiché senza l’aiuto divino rimane incompleta (pp. 25–26). L’autore analizza poi quei passi delle lettere dell’apostolo Paolo che riguardano il rapporto o la differenza tra filosofia e cristianesimo (pp. 32–59).
La conclusione dell’autore è che il cristianesimo è paradossale: per la filosofia appare come stoltezza, come la «follia della Croce» (1 Cor 1,22). Nel cristianesimo tutto è paradossale — la Risurrezione, i sacramenti, la santità — poiché il Regno di Dio non è di questo mondo. Come conclude l’autore: «Affermare il carattere paradossale del cristianesimo significa affermare il conflitto radicale e inconciliabile tra la sapienza di Dio e la sapienza umana» (p. 59).
Allo stesso tempo, proprio in questo punto — quello del paradosso — il cristianesimo si avvicina molto alla filosofia antica, poiché «il paradosso è il linguaggio della verità filosofica» (p. 60), e la stessa filosofia antica «ha un carattere paradossale» (ibid.). L’uomo antico intendeva la filosofia non come una raccolta di opinioni, ma come «un cammino di rieducazione dell’uomo, un cammino che conduce alla perfezione» (p. 61), come una «tecnica della vita interiore, della vita secondo ragione» (p. 62), come un «cambiamento radicale» (ibid.), una «esperienza spirituale» (p. 73) e una «direzione spirituale» (p. 78).
Per questa ragione, molti autori cristiani (Aristide, Giustino Martire, Taziano, Tertulliano, Minucio Felice, Melitone di Sardi) considerarono il cristianesimo come una forma di filosofia o, più precisamente, come la forma completamente vera e unica di filosofia (p. 79). Questa idea può essere rintracciata successivamente nella scuola teologica alessandrina, nel monachesimo medievale e infine tra gli umanisti del Rinascimento (p. 80). Se si intende la filosofia come uno strumento che aiuta l’essere umano a procedere verso la perfezione, allora la Rivelazione è lo strumento perfetto, il vertice della filosofia, «la pienezza della verità, l’espressione definitiva e completa della realtà» (p. 80). Inoltre, come conclude l’autore: «Il cristianesimo non è soltanto la migliore filosofia, ma l’unica filosofia al di fuori della quale l’uomo non può raggiungere la perfezione» (p. 81).
La seconda parte del libro, «La testimonianza come prova» (pp. 85–138), è dedicata alla categoria della testimonianza negli scritti cristiani e pagani. In primo luogo, l’autore analizza il concetto stesso di martirio, che prende forma nel cristianesimo nella seconda metà del II secolo. Originariamente, il termine martys si riferiva esclusivamente a testimoni viventi. Perciò Cristo è il vero Testimone di Dio (Ap 1,5; 3,14), venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità (Gv 18,37) e testimoniare ciò che aveva visto e udito dal Padre (Gv 3,11; 3,22), mentre gli apostoli sono i veri testimoni di Cristo.
Tuttavia, dalla metà del II secolo questo termine comincia a essere applicato ai cristiani che, pur non essendo stati testimoni storici della vita e della Risurrezione di Cristo, morirono come vittime di crudeli persecuzioni, come ad esempio Antipa (Ap 2,13) e Stefano (At 22,20). Inoltre, come osserva l’autore, «prima dell’anno 150, la morte per la fede non veniva definita mediante il concetto di martyrein. Dopo questa data, il concetto diventa universale e assume una forma chiaramente definita» (p. 88).
L’autore prende poi in esame due tipi di fonti del concetto cristiano di martirio. In primo luogo vi è la tradizione ebraica, la cui espressione più evidente si trova nei Libri dei Maccabei. «La teologia ebraica del martirio è anzitutto apocalittica.... Il significato spirituale delle persecuzioni è la purificazione di Israele dai peccati, così come il giudizio sulla fedeltà dei giusti. I persecutori sono armi non soltanto contro gli uomini, ma anche contro il Creatore» (p. 92). Per la Chiesa antica, l’esempio della morte dei Maccabei e degli eroi del libro di Daniele ebbe un’enorme importanza. Molti autori cristiani vedono nei fratelli Maccabei dei martiri ebrei (p. 93).
La seconda tradizione è quella filosofica. Una delle principali fonti per la tradizione cristiana furono le Diatribe di Epitteto: la testimonianza mediante le opere deve completare la testimonianza mediante la parola (p. 95). Altre fonti della tradizione filosofica furono Seneca, Cicerone (p. 96) e Platone (pp. 101–118). Proprio attraverso la tradizione filosofica, secondo l’autore, uno dei temi più antichi della letteratura cristiana diventa l’armonia tra dottrina e vita (p. 129), l’«armonia tra parola e opera» (p. 131). E se i cristiani sono chiamati a predicare il Vangelo al mondo intero, allora il martirio è predicazione mediante le opere (p. 135).
Così, come riassume lo stesso autore, il martirio possiede un fondamento filosofico. E se per i filosofi antichi il fine della filosofia è la perfezione dell’essere umano, nel cristianesimo il martire diventa colui che ha raggiunto la perfezione. Giungiamo pertanto a due definizioni complementari della filosofia. La prima appartiene a Tertulliano (Apologia): la filosofia come preparazione alla morte. La seconda appartiene a Platone: la filosofia come divinizzazione (p. 137). Proprio a queste due definizioni sono dedicate la terza e la quarta parte del libro.
La terza parte, «Perfezione e morte» (pp. 139–184), esamina il rapporto tra perfezionamento, sofferenza e morte. Le persecuzioni dei cristiani dei primi secoli sottolineano ulteriormente l’importanza di questo rapporto (pp. 139–140). Nello stesso tempo, l’idea in sé non è nuova. La incontriamo in Eschilo e Sofocle, nella figura di Socrate e presso gli stoici (p. 142). Il filosofo viene condannato non per le sue azioni, ma perché è filosofo, poiché «il mondo e la sapienza sono due avversari in guerra» (p. 143).
Nel dialogo Fedone, Platone, per bocca di Socrate, proclama la filosofia come preparazione alla morte (p. 152), come liberazione spirituale dell’anima dal corpo, come libertà dalle tentazioni e dalle sofferenze. Questa interpretazione della filosofia come esperienza del morire verrà successivamente recepita dalla tradizione pitagorico-stoica e poi dal cristianesimo.
Come scrive l’autore, la definizione della filosofia come preparazione alla morte è profondamente apofatica e paradossale: «Lo stato di perfezione si rivela attraverso la negazione delle imperfezioni, cioè di ciò che normalmente ostacola la felicità e la perfezione. La perfezione è la negazione della vita, e il cammino verso la sapienza consiste nell’imparare a morire. Una tale definizione della filosofia è stata, è e rimarrà l’arciparadosso» (p. 153).
L’arciparadosso della vita e della morte costituisce, secondo l’autore, uno degli elementi centrali dell’interpretazione cristiana del dramma della disobbedienza di Adamo ed Eva. La morte è conseguenza del peccato, ma non si tratta della morte fisica, che è secondaria, bensì della morte intesa come «schiavitù del peccato» (p. 155). E dopo la morte redentrice di Cristo, la morte fisica non è più terribile per il credente. «Tutta la vita cristiana è un esercizio di preparazione spirituale alla morte» (p. 158).
Già Clemente Alessandrino, nel quarto libro degli Stromata, scrive che tutta l’educazione del cristiano non è altro che preparazione alla morte, mentre la perfetta formazione dell’anima è la morte per Cristo (p. 158). Origene, riecheggiando il Fedone platonico, scrive l’Esortazione al martirio, dove osserva che la preparazione alla morte è testimonianza di maturità cristiana ed espressione del progresso nella sapienza. Ed è precisamente davanti alla morte che l’uomo scopre quale seme ha seminato e su quale fondamento ha costruito la propria casa (p. 159). La scuola teologica alessandrina, come mostra l’autore, fu molto vicina in questa questione alla tradizione platonica (p. 160).
Altri seguaci di Platone furono anche gli gnostici, come per esempio Marcione, i quali identificavano il corpo con un «grande male» (p. 163). In risposta a tali affermazioni, i cristiani dichiaravano di fuggire dal male di questo mondo, non dal mondo in quanto tale; e la lotta per la vita eterna è anche una lotta per il corpo, per liberarlo dalla schiavitù del peccato. «La preparazione alla morte non è semplicemente negazione del corpo. È qualcosa di più. È preparazione alla sua risurrezione» (p. 165).
L’autore prende poi in esame il problema del suicidio, che nell’antichità classica era un fenomeno accettabile e giustificabile (ibid.). La scelta della morte come atto filosofico par excellence si ritrova presso i cinici e, soprattutto, presso gli stoici. I cristiani, da parte loro, consideravano il martirio come un dono dello Spirito Santo e, per questa ragione, ritenevano che nessuno dovesse mettere a rischio la propria vita senza l’aiuto divino (p. 173).
Il Fedone di Platone, come esortazione alla pratica della filosofia, non offre soltanto una definizione della sapienza, ma presenta anche un esempio della sua applicazione: l’esempio di Socrate che si esercita nella morte (p. 174). E se Socrate diventa, agli occhi del mondo antico, un esempio di perfezione spirituale, una sorta di eroe, il cristianesimo supera questo eroismo facendone il destino di ogni credente.
Come scrive l’autore: «Se gli stoici dicevano che un vero martire era raro quanto l’uccello Fenice, i cristiani comuni andavano incontro alla morte in quantità enormi. Ciò che presso i pagani era proprio di un’élite, presso i cristiani acquistò un significato universale» (p. 177). Anche in questo si può vedere la superiorità del cristianesimo rispetto alla filosofia.
Come riassume l’autore: «Fin dall’inizio, il cristianesimo considera il martirio come un miracolo morale che possiede una forza argomentativa convincente, affermando l’origine divina della religione cristiana e la sua autenticità. La perfezione che, secondo molti filosofi, era ritenuta irraggiungibile in questa vita diventa patrimonio dei martiri grazie all’aiuto divino. Lo stato dei martiri esprime la perfezione naturale e, nello stesso tempo, trascendente del saggio che, usando le categorie dell’apostolo Paolo, manifesta spirito e potenza. Il martirio è il miracolo della conversione totale, la realizzazione del fine. La perfezione si rivela nei martiri» (p. 184).
Ma le categorie del Fedone ci permettono di comprendere le qualità negative della perfezione, espresse nella completa indipendenza dal mondo. La definizione positiva della testimonianza consiste nel fatto che il martirio procede da una fonte divina. Gli autori cristiani testimoniano spesso che Cristo è presente nel martire e gli dona la forza per sopportare le sofferenze per Lui.
Perciò, il martirio stesso costituisce una prova della divinità dell’insegnamento cristiano, e ciò a sua volta ci conduce a un’altra definizione platonica: la filosofia come ciò che conduce alla divinizzazione. A questo tema è dedicato l’ultimo capitolo, «Il martirio come trasformazione perfetta» (pp. 185–240).
In questo capitolo, l’autore analizza le posizioni dei filosofi greci e romani dell’antichità circa l’impossibilità di raggiungere in questa vita la perfezione definitiva e la sapienza perfetta, accessibili soltanto agli dèi. Gli autori cristiani concordano in questo punto con i sapienti pagani, poiché anch’essi affermano che la beatitudine definitiva è separata dalla nostra vita dalla morte e dal Giudizio: «Solo quando compariremo davanti a Dio, faccia a faccia, allora si deciderà il nostro destino» (p. 206).
Nonostante questa apparente somiglianza, l’autore sottolinea l’unicità della dottrina cristiana della divinizzazione, che consiste nella «trasformazione totale del corpo umano» (p. 207). Secondo l’apostolo Paolo, nella sua condizione terrena l’essere umano non può raggiungere il Regno dei Cieli. Il corpo corruttibile e peccatore deve trasformarsi in un corpo glorificato (Fil 3,21), spirituale e incorruttibile (1 Cor 15,42–44) e immortale (1 Cor 15,53). Questa trasformazione avverrà soltanto alla fine dei tempi (1 Cor 15,52).
La divinizzazione non consiste nella liberazione dai lacci della materia, ma nella spiritualizzazione del corpo, che, come l’anima, contiene in sé un elemento di perfezione e di somiglianza con Dio (p. 208). Se l’ideale filosofico della perfezione, ad esempio presso gli stoici, si riduceva unicamente alla libertà dalla sofferenza (apatheia), i cristiani concepiscono questo ideale in modo più ampio e ottimistico: esso è la risurrezione dell’essere umano intero, composto da un’anima immortale e da un corpo glorificato. E per i cristiani il martirio è un’anticipazione di questa perfezione, poiché la morte per Cristo è «un atto dell’amore più elevato e la risposta più piena alla chiamata divina» (p. 214).
Nella Conclusione del libro (pp. 241–252), l’autore presenta i principali risultati del lavoro, che si riassumono nell’idea che, sebbene la filosofia sia stata sotto molti aspetti un presupposto per la formazione dell’idea di «testimonianza»-martirio, il cristianesimo ha profondamente arricchito e trasformato questo concetto. E se per la filosofia la Rivelazione è un paradosso, allora la morte e il martirio diventano l’arciparadosso.
Il libro è inoltre corredato da un indice (pp. 253–259) e da una bibliografia (pp. 261–274).
L’opera sarà di interesse per filosofi, teologi, storici, così come per tutti coloro che si interessano alla storia del pensiero e al rapporto tra filosofia e teologia.